Imprenditore lucchese catturato in Germania dopo quattro anni di latitanza

Si era fatto una nuova vita, ma adesso deve scontare più di 9 anni di carcere

| di Simona Colucci
| Categoria: Cronaca
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Ci sono voluti più di quattro anni, e una perfetta collaborazione tra Polizia tedesca e i militari del Nucleo Investigativo diretto dal Dott. Piero Capizzoto della Procura di Lucca, per capire dove fosse scappato.

Claudio Decimo Bindi, classe 1968, era ricercato dal settembre 2009, con la pena di 9 anni e due mesi ancora da scontare.

Ha pensato bene di andarsene e di far sparire le sue tracce, rifacendosi una vita e diventando anche papà. Aveva mantenuto la sua identità, un lavoro pulito, due case di proprietà, una delle quali in fase di ristrutturazione da destinare ai suoi cari, ancora residenti in Italia.

Si nascondeva  a Auerbach/Vogtland, cittadina tedesca ed è proprio lì, fuori la sua abitazione, che è stato bloccato, senza porre alcuna resistenza.

Tre le condanne definitive che pesavano su di lui. La prima per traffico internazionale di cocaina, con la pena residua di un anno e mezzo di reclusione; la seconda per bancarotta fraudolenta, con la condanna a quattro anni e l’ultima per appropriazione indebita, che prevedeva tre anni e otto mesi di reclusione.
Nove anni e due mesi, quindi, è la pena cumulativa che Bindi avrebbe dovuto scontare.

Noto nella lucchesia, era un imprenditore nel settore cartario prima e in quello orafo dopo. Aveva perfino aperto una piccola oreficeria nella zona di Capannori, che però è risultata essere fallimentare dopo poco tempo.

I guai iniziano nel 1995, quando Bindi cade in una brutta storia di droga, all’interno di un traffico di cocaina proveniente dal Sud America. Condannato a più di 5 anni, gliene restava da scontare uno e mezzo.

E proprio quando decide di scappare, ecco che arrivano le atre due condanne definitive: bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita, a danno di società in cui lui stesso aveva lavorato.

Ci sono voluti quattro mesi e un’attenta indagine del Nucleo Investigativo di Lucca, per capire dove l’uomo si fosse rifugiato.
Come tutti i latitanti, anche Bindi manteneva i contatti con i suoi famigliari, specie con la madre e il fratello. Brevi telefonate, spesso solo squilli di cui mittente e destinatario conoscevano il significato, decodificati poi dai carabinieri attraverso una scrupolosa attività di ascolto e interpretazione dei dati.
Ogni tanto li incontrava, lo raggiungevano in Germania dove avevano intenzione di trasferirsi definitivamente.

Arrestato domenica 22 dicembre, Bindi rientrerà in Italia appena l’autorità giudiziaria tedesca darà l’autorizzazione, e qui sconterà la lunga pena detentiva.

Finisce, così, la latitanza di Bindi ma continuano le indagini per verificare se l’uomo sia stato aiutato da terzi sia per deviare le ricerche sia per la sottrazione all’esecuzione della pena.

Simona Colucci

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